Sembra una roccia qualunque, con qualche cristallo grigio-argento allungato. Eppure la silvanite contiene oro, e la sua storia è legata a una delle scoperte più curiose della chimica: quella del tellurio.
Che cos’è
La silvanite è un tellururo di oro e argento: un minerale in cui i due metalli preziosi sono legati al tellurio, un elemento raro. Contrariamente a quanto si legge, non è fatta “principalmente di oro e argento”: il tellurio ne costituisce più della metà del peso, l’oro circa un quarto, l’argento una parte minore.
Si presenta in cristalli sottili, grigio acciaio o argento, con una lucentezza metallica. È tenera, 1,5-2 nella scala di Mohs, e piuttosto rara.
Il nome viene dalla Transilvania
Il nome ricorda la Transilvania, in Romania, dove fu descritta per la prima volta nelle miniere d’oro della regione. Proprio da quei minerali, alla fine del Settecento, il mineralogista austriaco Franz-Joseph Müller von Reichenstein isolò una sostanza sconosciuta: era il tellurio, un nuovo elemento chimico, che qualche anno dopo ricevette il suo nome dal latino tellus, terra.

Le corse all’oro dei tellururi
La silvanite e gli altri tellururi d’oro sono stati importanti nelle corse all’oro di fine Ottocento, come quella di Cripple Creek, in Colorado, e quella di Kalgoorlie, in Australia. Lì si racconta che i minatori, non riconoscendo l’oro “nascosto” in questi minerali, avessero usato la roccia per riempire buche e strade, salvo poi tornare a scavarle quando si capì che cosa contenevano.
Proprietà energetiche e qualche cautela
Nella cristalloterapia la silvanite è poco usata, e le proprietà che le vengono attribuite sono dedotte dall’oro e dall’argento che contiene. Sono credenze senza alcuna prova.
Vale la pena invece ricordare che il tellurio e i suoi composti sono tossici se ingeriti o inalati: chi è esposto per lavoro può sviluppare il tipico alito che sa d’aglio. Un campione da collezione si può guardare e toccare, ma non va leccato, polverizzato o messo nell’acqua, e va tenuto lontano dai bambini, lavandosi le mani dopo averlo maneggiato.






