Il nome dice poco a molti, eppure tutti ne conoscono almeno due varietà: lo smeraldo e l’acquamarina. Il berillo è il minerale che sta dietro ad alcune delle gemme più amate, e ha persino dato il nome a un elemento chimico.
Che cos’è
Il berillo è un silicato di berillio e alluminio. Non è una roccia, come si legge in qualche sito, ma un minerale con cristalli ben definiti: prismi a sei facce, a volte lunghi decine di centimetri. È duro, 7,5-8 nella scala di Mohs, e si forma soprattutto nelle pegmatiti, rocce nate dalle ultime fasi di raffreddamento dei magmi granitici.
Puro è incolore, e si chiama goshenite. Bastano tracce di altri elementi per cambiare tutto.
Un minerale, molte gemme
Il cromo o il vanadio lo colorano di verde intenso, ed è lo smeraldo. Il ferro lo rende azzurro, l’acquamarina, o giallo, l’eliodoro. Il manganese lo tinge di rosa pesca, la morganite, che prende il nome dal banchiere americano J. P. Morgan, grande collezionista di gemme.

Lo smeraldo è la varietà più preziosa e anche la più fragile, perché contiene quasi sempre piccole inclusioni e fratture. I più famosi vengono dalla Colombia, come quelli della miniera di Muzo. L’acquamarina, al contrario, forma spesso cristalli limpidi e grandi.
L’elemento nascosto
Alla fine del Settecento il chimico francese Louis-Nicolas Vauquelin, analizzando il berillo e lo smeraldo, scoprì che contenevano un elemento sconosciuto. Era il berillio, che prese il nome proprio dal minerale. Oggi è usato in leghe speciali e nell’industria aerospaziale; la sua polvere è tossica per chi la respira, ma è un rischio per chi lavora i metalli, non per chi porta un’acquamarina al dito.
E i benefici?
Nella cristalloterapia il berillo darebbe coraggio, calma e “purificazione”. Sono credenze senza prove. Il fenomeno della stella, citato in qualche testo, è invece rarissimo nel berillo: è molto più tipico di zaffiri e rubini.

