Chi è cresciuto in campagna, o nelle case con un piccolo giardino, ricorda l’albero spoglio a novembre con le palle arancioni ancora attaccate ai rami. Il cachi è uno dei pochi frutti che si raccolgono quando le foglie sono già cadute, e uno dei più divisivi: c’è chi lo aspetta tutto l’anno e chi non sopporta quella polpa che si scioglie.
Perché quello acerbo «lega» la bocca
La sensazione di bocca allappata che lascia un cachi immaturo è dovuta ai tannini, le stesse sostanze che rendono ruvido un vino rosso giovane. Nelle varietà più comuni in Italia, come il cachi vaniglia, i tannini spariscono solo quando il frutto diventa molle, quasi gelatinoso. Per accelerare, il trucco della nonna funziona davvero: chiuderli in un sacchetto di carta con una mela, che rilascia etilene, il gas che fa maturare la frutta.
I cosiddetti cachi mela, invece, appartengono a varietà che perdono l’astringenza già sulla pianta: si mangiano sodi, a fette, con la buccia.
Meno calorie di quanto sembri
Il sapore così dolce fa pensare a una bomba di zucchero. In realtà cento grammi di cachi danno circa 65 calorie, con 16 grammi di zuccheri, una quota di fibra e un buon apporto di potassio. Un frutto medio pesa intorno ai 200 grammi, quindi vale più o meno come una banana.
Il colore arancione intenso viene dal betacarotene, che l’organismo trasforma in vitamina A, utile alla vista e alla pelle. C’è anche vitamina C, soprattutto nei frutti appena raccolti.
Quando è meglio non esagerare
Esiste un rischio poco conosciuto. I tannini del cachi acerbo, a contatto con l’acido dello stomaco, possono impastarsi con le fibre e formare un grumo compatto, chiamato diospirobezoario. Succede raramente e quasi sempre a chi ne mangia molti di seguito e ha una digestione lenta: persone operate allo stomaco, diabetici con lo svuotamento gastrico rallentato, anziani. Nei casi descritti dalla letteratura medica il grumo ha bloccato l’intestino e ha richiesto un intervento. Per tutti gli altri basta mangiarli ben maturi e senza abbuffate.
L’albero che è sopravvissuto alla bomba
C’è anche una storia che rende questo frutto speciale. A Nagasaki un albero di cachi sopravvisse alla bomba atomica del 1945. Nel 1994, quando ormai stava morendo, un botanico, Masayuki Ebinuma, lo curò e riuscì a far germogliare i suoi semi. Da allora, grazie a un progetto dell’artista Tatsuo Miyajima, le piantine figlie crescono come simbolo di pace in scuole e giardini di tutto il mondo: in Italia ce ne sono a Brescia, Venezia, Trento e in decine di altri comuni.



