Si apre il menu, si gira l’ultima pagina e lì c’è sempre lo stesso riquadro: pasta al pomodoro, pasta in bianco, cotoletta con le patatine. È il menu bambini, e per molti genitori è una piccola salvezza. Per Davide Oldani è un’abitudine da superare.
Lo chef del ristorante D’O, a Cornaredo, nel Milanese, lo ha detto senza giri di parole dal palco di C’è +Gusto, a Bologna, rispondendo a una domanda su come educa a tavola sua figlia: «Io abolirei i menu bambini nei ristoranti, anche se per fortuna ne vedo sempre meno in giro».
Non è una crociata contro la cotoletta
Oldani non chiede di bandire patatine e pasta in bianco. Dice che vanno bene una volta al mese, non come scelta fissa ogni volta che la famiglia esce a cena. Il punto, secondo lui, è un altro: «Il gusto si impara da piccoli». Mostrare ai bambini «la magia della cucina» può incuriosirli al punto da spingerli ad assaggiare quello che hanno nel piatto mamma e papà.
Racconta che a casa funziona così anche con Camilla Maria, sua figlia. In dispensa ci sono prodotti di qualità, in frigo latte fresco e verdure di stagione, e in tavola arrivano piatti semplici ed equilibrati, con proteine, verdure e carboidrati. Lei sceglie fra quelli. «È una bambina libera», dice, e lui si limita a osservarla e ad ascoltarla.
Cosa dicono i dati sui bambini italiani
Dietro la provocazione c’è un problema che i nutrizionisti conoscono bene: la diffidenza dei più piccoli verso i cibi nuovi, che si chiama neofobia alimentare. Uno studio del CREA Alimenti e Nutrizione su 288 bambini italiani fra 3 e 11 anni, pubblicato sulla rivista Nutrients, l’ha trovata a un livello intermedio nel 67% dei casi e alto in un altro 18%.
I bambini più diffidenti erano anche quelli che seguivano peggio la dieta mediterranea. A finire scartati sono soprattutto frutta, verdura e legumi, cioè proprio ciò che nel menu bambini quasi non compare. Gli autori temono un circolo vizioso: il piccolo rifiuta, la famiglia smette di proporre, e quei cibi spariscono piano piano dalla tavola.
E allora, al ristorante?
Non tutti i genitori hanno voglia di trattare con un bambino affamato alle nove di sera. Qualche via di mezzo però esiste: chiedere al cameriere se un piatto della carta si può avere in porzione ridotta, oppure ordinare qualcosa da dividere e lasciare che il piccolo assaggi dal piatto dei grandi, senza obblighi.
Un assaggio rifiutato oggi non è una sconfitta: spesso un sapore diventa familiare solo dopo averlo incontrato più volte. Ed è forse questo il senso del discorso di Oldani: a tavola i bambini imparano soprattutto guardando cosa mangiano gli adulti.



