Oggi molte famiglie andranno al cimitero con un mazzo di crisantemi. Per alcune sarà un gesto di abitudine, per altre il primo 2 novembre dopo una perdita recente, con quella domanda che spesso non si dice ad alta voce: è normale stare ancora così male?
Da dove vengono le cinque fasi
La risposta più diffusa è quella delle cinque fasi del lutto: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. Le descrisse la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross in un libro del 1969, e il modello è diventato così popolare da finire nei film e nei cartoni animati.
Pochi sanno però che Kübler-Ross osservava i malati terminali, cioè il modo in cui le persone affrontavano la propria morte, non il dolore di chi resta. E lei stessa scrisse in seguito che le fasi non andavano intese come una scala da salire in ordine.
Che cosa hanno visto gli studi
Quando i ricercatori dell’Università di Yale hanno seguito per due anni 233 persone in lutto, il quadro è stato più sfumato. Fin dal primo mese il sentimento più presente era già l’accettazione della morte. E l’emozione dolorosa più forte non era la negazione né la rabbia, ma la nostalgia, il desiderio struggente della persona scomparsa.
Le varie reazioni raggiungevano il loro picco più o meno nell’ordine che ci si aspetta: l’incredulità nel primo mese, la nostalgia verso il quarto, la rabbia al quinto, la tristezza al sesto. Ma non si davano il cambio. Convivevano, si sovrapponevano, e l’accettazione cresceva intanto per tutto il tempo.
Oggi molti psicologi preferiscono l’immagine di un’altalena: si oscilla fra momenti in cui si è travolti dal ricordo e altri in cui ci si dedica alla vita di tutti i giorni. Entrambi servono, e alternarli è sano.
Non serve «lasciar andare»
Per buona parte del Novecento la psicologia ha pensato che elaborare un lutto volesse dire staccarsi dalla persona scomparsa e voltare pagina. Nel 1996 tre studiosi americani, Dennis Klass, Phyllis Silverman e Steven Nickman, raccolsero in un libro, Continuing Bonds, le ricerche che raccontavano altro.
Molte persone continuano a parlare con i propri morti, a chiedersi che cosa avrebbero detto, a portarli con sé nelle scelte di ogni giorno. Non è un segno che qualcosa non va: è un modo di restare legati. Il fiore portato al cimitero, la ricetta della nonna rifatta a novembre, la foto sul comodino fanno parte di questo legame.
Che cosa aiuta nei mesi difficili
Il servizio sanitario inglese, nelle sue indicazioni su lutto e perdita, parte da un’idea semplice: non esiste un modo giusto o sbagliato di sentirsi. Fra le cose che aiutano mette il parlare di quello che si prova con un amico, un familiare o un professionista, il confronto con chi ha vissuto la stessa esperienza, un po’ di movimento ogni giorno e pasti regolari.
E qualche cosa da evitare: pretendere di fare tutto subito, convincersi di essere soli, cercare sollievo nell’alcol, nel fumo o nel gioco.
Quando il dolore si blocca
Per la maggior parte delle persone il dolore, pur senza sparire, diventa con il tempo qualcosa con cui si riesce a vivere. Per una minoranza no. Dal 2022 i manuali di psichiatria riconoscono il disturbo da lutto prolungato: una nostalgia così intensa e continua da impedire di lavorare, dormire, avere relazioni, che dura oltre un anno dalla perdita secondo il manuale americano, oltre sei mesi secondo quello dell’Organizzazione mondiale della sanità. Un’analisi di diversi studi lo stima in circa una persona in lutto su dieci, più spesso dopo morti improvvise o la perdita di un figlio.
Non c’è un tempo giusto per smettere di soffrire, e piangere a distanza di anni a un anniversario non è un segno di malattia. Ma se dopo molti mesi la vita sembra ancora ferma, parlarne con il medico di famiglia o con uno psicologo non è un tradimento del ricordo: è un modo per poterlo portare con sé con meno peso.





