Succede quasi sempre nello stesso punto: l’angolo in alto della camera da letto, dietro l’armadio, sotto la finestra del bagno. Prima un alone grigio, poi i puntini neri. Con l’accensione dei riscaldamenti, a novembre, la muffa torna a farsi vedere in molte case.
La reazione più comune è aprire la finestra per «far respirare i muri». Ma il modo in cui la si apre fa tutta la differenza.
Da dove viene l’acqua sui muri
La muffa ha bisogno di umidità, e in casa ne produciamo molta più di quanto si pensi. Respirare, cucinare, fare la doccia, stendere il bucato: ogni giorno una famiglia libera nell’aria diversi litri d’acqua sotto forma di vapore.
Finché l’aria è calda, quel vapore resta invisibile. Quando però incontra una superficie fredda, come un muro esterno, l’angolo vicino al soffitto o il vetro della finestra, si trasforma di nuovo in goccioline. È la condensa, e dove resta per giorni la muffa trova il suo terreno.
L’errore della finestra a ribalta
Lasciare la finestra socchiusa o a vasistas per ore sembra la soluzione più prudente. In inverno, invece, è quella che funziona peggio. L’aria si cambia poco, perché l’apertura è piccola. In compenso, il muro attorno alla finestra si raffredda per tutto il tempo, e quel muro freddo diventa il punto in cui il vapore si condensa appena la si richiude.
C’è poi la bolletta. Con la finestra aperta a metà per tutta la mattina, il termosifone sotto continua a scaldare l’aria che esce.
Come si cambia l’aria in inverno
Le indicazioni degli enti che si occupano di casa e consumatori si riassumono in tre parole: poco, spesso, a fondo. Si spalancano le finestre per 5-10 minuti, meglio se due finestre opposte per creare corrente, e lo si fa più volte al giorno: al risveglio, dopo la doccia, dopo aver cucinato.
In pochi minuti l’aria umida esce e quella nuova entra, ma i muri non fanno in tempo a raffreddarsi. Durante il ricambio conviene abbassare o chiudere le valvole dei termosifoni, e riaprirle subito dopo.
Quanta umidità ci vuole
In casa l’umidità relativa dovrebbe stare fra il 40 e il 60%. Sopra il 60%, avvertono gli esperti, il rischio di muffa sale. Per saperlo basta un igrometro, un piccolo strumento che si trova nei negozi di casalinghi e spesso è già incluso nei termometri da parete.
Se in una stanza il valore resta alto nonostante il ricambio d’aria, un deumidificatore può aiutare, soprattutto in bagno o nelle camere da letto più fredde.
Gli altri gesti che contano
Il bucato steso in casa è una delle fonti di umidità più forti: se non c’è alternativa, meglio farlo in una stanza con la porta chiusa e la finestra aperta per qualche minuto ogni tanto. Gli armadi e i mobili appoggiati ai muri esterni andrebbero staccati di qualche centimetro, perché dietro l’aria non gira.
Anche le stanze poco usate non andrebbero lasciate gelide: un ambiente troppo freddo ha muri freddi, e ogni volta che si apre la porta il vapore del resto della casa va a depositarsi lì.
Se la macchia c’è già
Le macchie piccole si possono togliere da sé, con un panno e un detergente, indossando i guanti. Meglio non raschiare la muffa a secco, perché si disperdono le spore nella stanza. Dopo la pulizia la parete va asciugata bene. Ridipingere sopra senza aver risolto l’umidità serve a poco: la macchia torna in poche settimane.
Perché non è solo una questione di estetica
L’Organizzazione mondiale della sanità, nelle sue linee guida sull’aria degli ambienti interni, collega l’umidità e la muffa in casa a più disturbi respiratori, tosse, respiro sibilante e asma, soprattutto nei bambini. Se la muffa torna sempre nello stesso punto nonostante tutto, il problema può essere nel muro stesso, ad esempio un ponte termico o un’infiltrazione: in quel caso serve un tecnico.

